Verona, la piazza sepolta viva è il titolo del cortometraggio di Cristiana Albertini (che ringraziamo) in cui sono raccontate le prime devastanti fasi della costruzione del parcheggio di Piazza Corrubbio. Nel film, della durata di sei minuti, viene lanciato un messaggio di grande impatto per la città: la frase di William Shakespeare “non c’è mondo al di fuori di queste mura” (Romeo e Giulietta – atto III, scena III) messa in sovrimpressione all’altissima montagna di terra conseguente allo scavo, crea un effetto di amara brutalità. Ma ricorda, per contrasto, quanto Verona sia bella. E come potrebbe essere ancora più bella.
La regista del ‘corto’, il primo di una trilogia ancora in fase di elaborazione, è un’insegnante di origini veneziane con una grande passione per il cinema e per l’arte. Tutto il suo tempo libero vorrebbe dedicarlo alla presa diretta della realtà, un reale sempre più appiattito dal banale e da un vortice di immagini che si susseguono senza lasciare il tempo alla riflessione. Le immagini, invece, possono diventare pensiero creativo e dunque in un senso diverso da dare al presente.
Nel marzo dello scorso anno, la regista è stata contattata da alcuni amici che abitano nelle vicinanze della piazza e che l’hanno informata dello scempio che si stava per compiere. Dopo qualche tempo è passata da Verona e, per caso, il 30 marzo 2011 si è trovata in Piazza Corrubbio con la sua macchina da presa. Non ha potuto che riprendere quelle immagini che la mente, un giorno, potrebbe dimenticare: è rimasta sul posto per almeno due ore. Il tempo che è servito agli operai, muniti invece di motosega, per tagliare gli ultimi tre alberi rimasti.
Da queste immagini sono nate molte domande nella mente della regista di Verona, la piazza sepolta viva. I mesi tra aprile e giugno sono stati tutti dedicati al montaggio, così che il film fosse pronto per il “San Gio Videofestival 2011″ dove è stato visto da una giuria internazionale.
Eloquente la reazione della giuria americana: non abituati a trovare nel sottosuolo del proprio Paese reperti archeologici datati decine di secoli fa (l’area cimiteriale ritrovata durante gli scavi), si sono posti una domanda molto semplice: “Is it real?”, è reale tutto questo? “Sì, è reale” ha dovuto dire la regista. Tuttavia, per crederci davvero, il giorno seguente, la giuria ha voluto essere accompagnata sul posto da Cristiana stessa, altrimenti non avrebbero potuto pensare che tutto questo potesse accadere in una città come Verona, così bella e così mitizzata nell’immaginario dei turisti d’Oltreoceano.
Ma la regista, per dare una risposta alle sue domande e preoccupazioni, ha scomodato anche un grande dell’architettura internazionale, il veronese Libero Cecchini, che le ha dedicato un’intera mattinata. L’architetto, come si vede nelle immagini del cortometraggio, illustra com’era originariamente Piazza Corrubbio e qual è il razionale architettonico-urbanistico del complesso abaziale di San Zeno. Anche il grande storico dell’arte Federico Zeri, citato nel film, ha speso parole altissime per la basilica romanica di San Zeno, definito come “uno dei più importanti esempi in tutto il Nord Europa dell’incontro tra arte nordica e arte orientale”. Piazza Corrubbio, dal canto suo, non era stata creata come piazza in senso stretto, ma come punto di incontro e di passaggio verso il centro cittadino, dove un parcheggio non solo non doveva essere costruito, ma nemmeno pensato. San Zeno, un punto di accesso alla città, non merita di diventare il luogo per parcheggiare la macchina e andarsene altrove. Perché l’intelligenza vorrebbe che l’enorme potenziale turistico del complesso zenoniano, debba essere messo a disposizione di tutti grazie ad una sistemazione di Piazza Corrubbio – quadrivium, incontro di strade, foro dunque – che restituisca al quartiere una nuova dimensione legata alla valorizzazione storico-culturale, il vero motore della rinascita economica.
“Verona è una città ricca di tesori artistici, possiede una storia così antica e profonda che potrebbe sfuggire alla consapevolezza dei suoi stessi abitanti. Venezia è diversa” – dice Cristiana – “Venezia è una città che vive della sua particolarità, ma è sempre stata aperta al mondo. A Verona servirebbe una vera mente creativa, che provenisse dall’esterno, come è successo a Punta della Dogana con Tadao Ando e la François Pinault Foundation. Qualcosa bisogna fare per Verona perché, altrimenti, i giovani se ne vanno.”
E senza giovani non c’è futuro per Verona.
Federica Lavarini

























Andiamo oltre, perché il mezzo è il messaggio, secondo l’assioma di Marshal Mc Luhan! La pellicola di Cristiana Albertini, forte del suo ‘primitivismo’, è lo specchio che fedelmente riflette queste ennesime veronesi brame, e cioè il disastro combinato e combinaturo al quadrubium Corrubbio. L’opera parcheggio è dissennata, e non s’aveva né da pensare, né da realizzare. Perché cavillare, dunque? E se pure si vuol cavillare,ricordarsi che, nel caso specifico, la forma (la pellicola) è sostanza (il Corrubbio mandato a remengo).
Grazie alle autrici.
Oddio, siamo arrivati anche alle citazioni…
Qui non si discute se si doveva rifare piazza Corrubbio o meno. Certo è una schifezza ciò che han fatto. Qui, io almeno, ho criticato la pochezza di un filmatino di poco conto, realizzato nella totale mancanza delle più basilari minime conoscenze di “forma” della regia, sceneggiatura, ripresa video, montaggio, uso delle musiche… ecc… ch,e se conosciute almeno anche in fase primitiva, potevano dare maggiore impatto a quello che è e resta, altro che uno spottino da tema video delle classi elementari dove i titoli sono fra un po’ più lunghi del già brevissimo “film”. C’è forma e forma e c’è sostanza e sostanza. Ma nella fattispecie, l’incensamento dell’articolista è parso, a me, totalmente esagerato. Ribadisco, ci sono decine di filmati delle tv private che mostrano lo scempio in modo molto più concreto, interessante e di “forma”. Molto più d’effetto i 57 secondi http://www.youtube.com/watch?v=Rqj-eJr5FzA e http://www.youtube.com/watch?v=AH-cIH0uvzs senza titoli incensosi e partecipazioni a festival.
San Zen, il tuo giudizio è stato smentito dai fatti dal momento che la giuria americana, che ha visto il film lo scorso anno, l’ha trovato invece molto interessante, tant’è che ha voluto vedere con i propri occhi se era vero quanto era stato proiettato. Non era un film “in concorso” e più volte l’autrice ha dichiarato che si tratta di riprese fatte con una telecamera non professionale, una tecnica che comunque viene usata anche da registi noti. Il tuo giudizio tecnico e personale non inficia il valore documentario del lavoro.
Ma va dai Roberto… quale tecnica usata da registi noti… fai un esempio. Lì manca il manico punto e basta. Ci sono decine di servizi di Telenuovo e telearena che parlano del problema anche meglio tanto per far eun esempio. Si possono fare ottime riprese senza macchine professionali, addirittura con una macchian fotografica. E’ che non ci siamo proprio. Se gli “americani” guardavano Telearena era la stessa cosa. Non è un documentario. Sono solo e unicamente delle riprese alla evviva il parroco fatte senza ne arte ne parte.
Non sono un critico cinematografico, né un cultore di estetica del fotogramma, ma questo video mi ha emozionato per l’inutile barbarie distruttiva di cui dà conto, a dimostrazione che al di là dei formalismi sono i contenuti che contano.
E può bastare.
Rispondo anche a Gianni. Qualsiasi telegiornale delle locali ha riportato lo scempio della piazza. Insomma dai… addirittura tre mesi di montaggio per quattro immagini in croce… Se si partecipa anche fuori concorso i “formalismi” contano. E se non contano, ripeto, un qualsiasi reportage delle locali bastava. Invece, e qui sta il fatto, la redattrice Lavarini, si spertica in lodi immense per quello che può essere considerato solo un vago insieme di immagini girate male e montate peggio.
Se l’idea è lodevole, chiamarlo documentario o corto mi pare esagerato, forse un promo vista la durata. In realtà sono delle immagini amatoriali, per di più di scarsissima qualità registica, da video scolastico la “come la vien la vien”. Fa sorridere poi che l’autore che ci metta tre mesi a montare 6 di questo “film” (altra esagerazione”. Ciabattino fa il tuo lavoro, dice il proverbio.
Scusate gli errori di italiano… me ne sono accorta ora.
Si tratta, infatti, di un lavoro amatoriale, ma chi gira il film/corto/documentario è per definizione la/il regista. Evidentemente oltre a non saper scrivere in italiano non hai, San Zen, nemmeno compreso il significato di questo lavoro. Bella contraddizione.
Cara Federica, quando con l’età si hanno problemi di vista è possibile fare errori di cui non ci si accorge subito. Ed evidenti sono gli errori di battitura per cui attaccarsi su questo dimostra una tua debolezza di contenuti dialettici. Il significato di questo lavoro l’ho scritto subito. “Lodevole iniziativa”. Per il resto un mero bruttarello lavorettino di didattica con i titoli di coda che fra un po’ durano più del filmato. Un po’ poco. La recensione lo descrive anche come “film” il che, è sinceramente esagerato. E se l’autore ha una grande passione per il cinema… forse è meglio che studi di più. ripeto, lavoro da scuola elementare con la telecamerina regalata alla comunione. Niente di più.