Due esempi di progetti nel settore dell’Informazione nelle situazioni di crisi
Vorrei portarvi alcuni esempi di progetti che toccano l’area dell’Informazione, che inseriscono nei propri obiettivi anche quello di rendere autonomo un modello “comunicativo” dall’altro, che è la meta più difficile da raggiungere in aree che più di altre hanno problemi con la guerriglia, le malattie virali, la malnutrizione e l’analfabetismo (solo per citarne alcune). Queste aree subiscono forzatamente i modelli comunicativi provenienti da altri paesi. «Scambi di articoli e programmi radiofonici, trasferimenti di tecnologie, seminari e momenti formativi. Questo, in sintesi, il progetto di confronto e scambio tra giornalisti piemontesi e saheliani, per potenziare un’informazione corretta da e per l’Africa. Promosso da Volontari per lo Sviluppo e Cisv con il sostegno della Regione Piemonte», questa è l’idea di fondo che la rivista VpS ha espresso nell’abstract del progetto “Media in rete” sul sito www.volontariperlosviluppo.it. E’ un esempio certo. E’ un esempio che ho voluto citare per aiutare a farvi comprendere l’idea che ho in mente, cioè come si dovrebbe incentivare la professionalità nel mondo dell’informazione dei paesi “dipendenti”: scambi di idee tra i giornalisti di qua e quelli di là, formazione universitaria e post-universitaria trasferita agli operatori dei media e infine donazioni consistenti di materiale tecnologico alle redazioni locali per ridurre il peso del digital divide che attanaglia questi paesi. Un altro esempio di progetto interessa invece il problema stesso del digital divide tra il Nord e il Sud del pianeta su un’idea dell’associazione culturale Elimu (www.elimu.it) con il Progetto Nyandiwa «[..] un intervento di sviluppo locale in un’area rurale del Kenya, sulle rive del lago Vittoria con l’obiettivo di consolidare l’uso degli strumenti informatici (new technologies) per lo sviluppo e l’implementazione di attività formative, economiche e di servizi alla comunità locale [..]», così come recita il sito dell’associazione. Questi impianti teorici di progetti (che sicuramente sono andati o andranno a buon fine) sarebbero molto significativi per una vera maturazione sociale ed economica di quella parte della mondo che fa parte della aree di crisi o ne è ai margini, ma come sottolineato più volte nel racconto, risulterebbero comunque di scarso effetto se prima le lobby della “vostra” informazione non aprono a progetti di grande respiro che solo grandi network possono finanziare. Naturalmente come incentivo avrebbero quello di abbattere i costi, nel medio termine, relativi a inviati, macchinari, infrastrutture tecnologiche, salvaguardando la vita dei propri dipendenti nel caso di conflitti armati: non perché la vita di un giornalista europeo, ad esempio, valga di più della vita di un giornalista che abita in un paese interessato da una crisi umanitaria, ma perché un collaboratore locale ha molte più conoscenze, agganci, possibilità di muoversi nel proprio ambiente che tenderà a voler migliorare, com’è giusto che sia, sapendo che il lavoro speso per la propria comunità porterà vantaggi soprattutto alla propria famiglia.
Le crisi umanitarie dimenticate e i possibili modelli di comunicazione applicabili ad un’area di crisi
Per chiarire la difficoltà che si presentano nel rendere semi-autonomi i modelli comunicativi di queste aree di crisi, si devono considerare altri strumenti tecnologici necessari al coinvolgimento di una fetta sempre più ampia di persone che vivono nella crisi: il giornalismo dal basso, il giornalismo on-demand, le tv e le radio sul web e la questione del digital divide. Ma partiamo con ordine. Per “giornalismo dal basso” solitamente si intende la volontà del soggetto di “fare” le notizie, dato che, negli schemi tradizionali di comunicazione da Voi in uso, egli subisce la notizia, l’informazione, l’avvenimento (ad esempio i bloggers e gli opinion maker). Questo tipo di giornalismo che non necessariamente è meno qualificato di quello che si riconosce negli ordini istituzionalmente riconosciuti, ha una costante presenza sia nei paesi che hanno una libertà di stampa equilibrata, sia in quelli che vivono in un regime di censura ramificato (si pensi all’Iran dove l’attuale situazione politica ha portato a una censura nella censura, nel caso specifico del web, di ogni forma di opposizione - http://it.euronews.net/2009/06/16/proteste-e-censura-in-iran-la- lotta-sul-web/). L’esperienza del giornalismo on-demand è rappresentata dal sito americano Spot-Us, mentre da Voi in Italia il sito prende il nome di Dig-it (http://www.utilitymagazine.it/home/idea-vincente/1209-in-italia-il-giornalismo-diventa-on-demand.html). Ebbene questo mezzo comunicativo sarebbe un metodo alternativo valido, secondo me, per promuovere aspiranti giornalisti in quei paesi che vivono ai margini delle crisi umanitarie e tramite risorse informatiche elargite dai ricchi networks, si potrebbe racimolare, tramite la rete, un gettito costante di finanziamenti per continuare a informare i cibernauti di tutto il mondo (con le dovute considerazioni sulle difficoltà tecniche nel sistema di pagamento bancario per le aree di crisi). Le TV Web insieme alle Radio Web sono strumenti necessari alla massima diffusione delle notizie, poiché presentano un notevole risparmio per i costi di gestione, rispetto alle tradizionali forme radio-televisive. Una volta affrontato il problema della scarsità dei mezzi informatici per i paesi coinvolti nelle crisi “umanitarie”, il successivo passo dovrà essere quello di creare centri d’informazione online, che nel caso di oscuramento preventivo da parte del governo, potranno continuare il loro lavoro attraverso l’appoggio di quegli organismi internazionali che tutelano l’Informazione (come accennavo nella parte sulle OIG): quell’Informazione che nasce dai luoghi nei quali quelle stesse persone vivono e dai quali potrebbero evolversi nuovi format giornalistici d’inchiesta (chissà!), e quindi continuare a lavorare appoggiandosi sui server all’estero. La questione del digital divide in Africa (www.elimu.it/wp-content/…/digital_divide_education_africa.pdf ) così come spiegato da questa fonte internet che vi ho citato, è la questione centrale del problema “Informazione nelle crisi umanitarie”, sta alla base del mia riflessione ed è la soluzione principale al problema affrontato dalla conferenza “RACCONTARE LE CRISI UMANITARIE: LE NUOVE SFIDE”. Vi sono al mondo centinaia di conflitti armati, di catastrofi “naturali” ed emergenze sanitarie che sono raccontate a senso unico dai giornalisti esteri. Non per togliere dignità al lavoro di centinaia d’inviati che ogni giorno danno analisi, documentano le crisi per i telegiornali o i giornali di tutto il globo, ma è necessario sottolineare come tante realtà geografiche e umane “minori”, che non hanno alcuna rilevanza per lo share dei servizi giornalistici in Tv o per la vendita delle copie di un settimanale, finiscono per passare in prima pagina come edizione straordinaria solo a causa di eventi eccezionali, che si intersecano con la squallida realtà vissuta ogni giorno dalle persone in questi luoghi, creando nel giro di pochi giorni un’indigestione di notizie fotocopia che non servono né a chi “legge” di là né a chi soffre di qua: pensate al caso di Haiti (il terremoto e l’evento sensazionalistico tessuto dai media) e al caso Somalia (traffici internazionali “oscuri” e il caso della morte di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin).Come ci ricorda MsF in un rapporto di alcuni anni fa nella “Top 10 delle crisi umanitarie dimenticate dai media”: Repubblica Centroafricana, Cecenia, Sri Lanka, Repubblica democratica del Congo, Somalia, Colombia, Haiti (prima del terremoto), India e molte altre zone di guerra, di fame, di inesistente copertura sanitaria. Zone redditizie però, per chi cattura immagini, video e storie personali da “rivendere” nel mercato dell’Informazione: ora tutto ciò rientra nelle esigenze commerciali e comunicative di questo lavoro, ma i diritti sulle proprie facce, sulle storie delle persone come vengono tutelati? (per approfondire il diritto all’immagine nell’ordinamento italiano vedere http://www.diritto-civile.it/Proprieta-e-Condominio/diritto-immagine.htmlohttp://www.right2create.com/cosasapere/dirittodimmagine.html).
(Continua…)
foto: http://www.meridianionline.org/wp-content/themes/Pim/timthumb.php?src=http://www.meridianionline.org/wp-content/uploads/2010/09/copertinayemen.png&h=300&w=600&zc=1
Andrea Alamanni















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