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Il compito e la presenza delle organizzazioni non governative nelle maggiori aree di crisi del pianeta

Il numero delle Ong in Italia, che fanno parte dell’ “Associazione ONG italiane” è stato nel 2008 di circa 150 organizzazioni, tra cui  55 con progetti in Africa,  circa 34 in Asia, circa 48 in America, circa 21 in Europa e 2 in Oceania (www.ongitaliane.it.). Tra le Ong più conosciute e più attive nel campo degli aiuti sanitari e medicali c’è Medecins sans frontieres, una organizzazione umanitaria indipendente di soccorso medico, presente in 63 paesi e con centinaia di progetti in tutto il mondo. Gli operatori umanitari, a vario titolo e in ambiti diversi, hanno visto  aumentare i rischi per la propria incolumità dato che, come riportato da organismi americani e inglesi, nel 2008  sono avvenuti circa 155 incidenti gravi di sicurezza a 260 operatori umanitari, i rapimenti a scopo lucrativo e politico sono sempre più frequenti, 122 tra dipendenti o volontari di ONG sono stati uccisi di cui: 45 in Somalia, 33 in Afghanistan e 19 in Sudan (fonte – rapporto MsF).
Premetto che, la mia considerazione generale per questi soggetti internazionali privati è basata sul rispetto e sull’apprezzamento per il lavoro che svolgono in ogni località del mondo e per qualsiasi progetto di supporto umanitario che realizzano: questo in generale. Più scettico è invece il mio giudizio sulle ricadute di molti progetti, che molte volte si indirizzano verso strade a fondo chiuso; un progetto è un’idea, una visione di un futuro da realizzare secondo i propri valori, ma quando l’ideatore non ha legami culturali e affettivi con il paese o l’area di realizzazione del progetto, cosa succede? Quando lo scopo del progetto è nobile, ma gli effetti pratici non corrispondono ad una autonomia economica per i soggetti a cui è indirizzata l’azione  umanitaria, cosa succede? E quando si considera un progetto, anche di raffinatezza tecnica e logistica eccellente, un modello da esportare che non verrà compreso, un vestito da indossare di una taglia troppo grande per vestirlo comodamente, cosa potrebbe accadere? Le conseguenze sarebbero positive per alcuni e d’impatto negativo per i soggetti ultimi dell’idea: legame psicologico di dipendenza verso la beneficenza, eliminazione degli stimoli per migliorare con le proprie forze la condizione di disagio, assenza o forte riduzione di uno spirito autocritico. Un’altra organizzazione che merita di essere ricordata è quella di Don Gnocchi (http://www.ong.dongnocchi.it), che segue o ha terminato progetti importanti in zone di guerra o di crisi sanitaria. Il COCIS (Coordinamento delle Organizzazioni non governative per la Cooperazione Internazionale allo Sviluppo, http://www.cocis.it) è un’altra associazione formata da 25 ONG che operano nel settore della cooperazione allo sviluppo. Interessante notare alcuni progetti conclusi nel campo della comunicazione e più in generale per il riconoscimento dei diritti di proprietà (così come stabilito dall’accordo OMC, allegato 1 C “Accordo sugli aspetti dei diritti di proprietà intellettuale attinenti al commercio”). Non rientra nella categoria delle Ong la FESMI, Federazione Stampa Missionaria Italiana (http://www.misna.org), organismo di studio, di collaborazione e di coordinamento formato dalle riviste missionarie italiane; le riviste di solito sono lo strumento comunicativo/informativo di associazioni missionarie della Chiesa italiana che lavorano in diversi settori della cooperazione allo sviluppo (non ultimo quello dell’Informazione grazie alle loro pubblicazioni) in collaborazione con le ONG (ad esempio http://www.missionaridafrica.org). Le considerazioni successive non sono riferite ai soggetti menzionati sopra.
Il mondo delle ONG è un mondo complesso e alle volte disarticolato, formato da soggetti privati che operano nei paesi più disparati con progetti e campagne umanitarie, alimentando così il commercio internazionale attraverso contratti tra i vari operatori, per far fronte alle molte esigenze che la realizzazione di un progetto comporta  e alle volte determinando realtà non del tutto esenti dalla speculazione finanziaria; analisi che fa anche Linda Polman, giornalista freelance autrice del libro L’industria della solidarietà. Aiuti umanitari nelle zone di guerra, editore Bruno Mondadori (fonte il sito http://www.loccidentale.it, nell’articolo di Anna Bono dal titolo -Cooperazione allo “sviluppo”: nel vero mondo delle ONG-) che traccia un quadro a tinte fosche del mondo di questi soggetti internazionali privati.

Il ruolo delle organizzazioni intergovernative e degli organismi internazionali nella promozione e nella cooperazione allo sviluppo dell’Informazione nei paesi in via di sviluppo

Passi fondamentali dovrebbero continuare a muoverli le Organizzazioni governative e i loro “strumenti operativi”, come le agenzie specializzate nella cooperazione allo sviluppo, per incentivare la crescita delle infrastrutture tecnologiche e meglio ancora informatiche, che sono più facilmente impiantabili (anche in zone colpite dalle crisi umanitarie), rispetto alle infrastrutture dedicate alle reti dei trasporti, che potranno svilupparsi in un successivo momento, anche perché molto più legate alle condizioni di stabilità politica e militare di un territorio. Nel processo decisionale dell’Unione Europea (processo di codecisione) si affacciano spesso le attività svolte dai cosiddetti lobbisti, per influenzare le politiche comunitarie e quindi lo stesso processo normativo della UE (- Libro verde, iniziativa europea per la trasparenza – consultabile all’indirizzo internet http://ec.europa.eu/civil_society/interest_groups/index_it.htm). I lobbisti vengono definiti come ” [..]persone che svolgono tali attività e che lavorano presso organizzazioni diverse, come ad esempio le società di consulenza in materia di affari pubblici, gli studi legali, le ONG, i centri di studi, le lobby aziendali[..] o le associazioni di categoria ” 1.
I rappresentanti d’interessi sono elencati in un registro apposito, con lo scopo di rendere più trasparente l’attività legislativa e decisionale della commissione e del parlamento. Tra questi rappresentanti d’interessi c’è l’Associazione Europea Giornalisti Investigativi (http://www.assoegi.eu). Si legge nel regolamento dell’associazione “L’obiettivo dell’A.E.G.I. è di garantire la redazione di una migliore informazione in ogni attività legata alla editoria in qualunque forma e con qualunque mezzo essa si esprima o si diffonda fornendo anche una capillare divulgazione delle informazioni.” e inoltre “L’A.E.G.I. opererà con la necessaria tempestività ogni tipo di intervento atto a tutelare la moralità e l’incolumità fisica dei propri associati in qualunque parte del Mondo essi svolgano la propria attività giornalistica, indipendentemente dalla durata e dalla specificità dell’investigazione”.
Ecco un esempio da seguire. Creare uno strumento internazionale (un associazione) che potrebbe tutelare, per il nostro caso specifico, i soggetti “informanti” del modello “In e Out” (cioè il modello che vi propongo di qui in avanti), cioè i giornalisti e il personale tecnico che lavorando negli scenari di crisi, potrebbero essere tutelati e supportati anche da un organismo non governativo rappresentato nelle istituzioni internazionali che contano. L’ufficio di cooperazione EuropeAid delle Commissione (Unione Europea) gestisce i programmi di aiuto esterni alla UE, rivolgendo i propri finanziamenti a quattro aree d’interesse: quella del Mediterraneo meridionale, del Medio Oriente e dei paesi limitrofi al continente europeo; quella dell’America latina; quella dei paesi ACP (Africa, Caraibi e Pacifico) e per ultima quella dell’Asia. EuropeAid, come riportato al sito http://ec.europa.eu/europeaid, ” [..]In quanto soggetto attivo e pro attivo dell’azione per lo sviluppo, s’interessa anche di questioni di importanza universale, promuove il buongoverno e lo sviluppo umano e sociale, affronta i problemi della sicurezza e dei flussi migratori, dello sfruttamento delle risorse naturali[..] “, dunque è uno strumento di raccordo tra ONG e le attività di cooperazione allo sviluppo degli Stati membri (informazioni più dettagliate anche al sito http://piazzadellacooperazione.oics.it).
Altra Organizzazione intergovernativa è l’Unione Africana (http://www.africa-union.org). Come scritto all’articolo 9 comma 1 della Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (adottata a Nairobi il 28 giugno 1981 nella conferenza dei Capi di Stato e di Governo dell’Organizzazione dell’Unità Africana ,poi Unione Africana, ed entrata in vigore il 21 ottobre 1986 – fonte il sito www.unipd-centrodirittiumani.it) “ogni persona ha diritto all’informazione”; come scritto all’articolo 25 della stessa Carta che dice “Gli Stati Parti alla presente Carta hanno il dovere di promuovere e assicurare, attraverso l’insegnamento, l’educazione, e i mezzi di informazione, il rispetto dei diritti e libertà contenuti nella presente Carta, e di prendere misure per fare sì che queste libertà e diritti siano capiti così come gli obblighi e doveri corrispettivi.” , così gli Stati membri dell’Unione Africana (53 al 1° gennaio 2009) dovrebbero fare onore a queste norme convenzionali (c’è anche il mio paese, il Burkina Faso, che ha ratificato il documento il 06 luglio 1984) che riprendono tra l’altro, altre convenzioni internazionali di maggior diffusione planetaria sul tema dei diritti umani. L’ONU è un organismo internazionale che tramite i propri organi e le agenzie indipendenti gestisce e finanzia una miriade di progetti e attività di cooperazione nelle più svariate aree d’interesse sociale e dei diritti umani. Nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite sull’Informazione e le Tecnologie di comunicazione per lo Sviluppo (18 giugno 2002), alla quale intervenne anche il Capo Delegazione della Santa Sede,S.E. Mons. John Patrick Foley (per leggere l’intervento http://www.vatican.va/roman_curia/secretariat_state/documents/rc_seg-st_doc_20020618_foley-united-nations_en.html), si discusse del digital divide (tecnologie dell’informazione e della comunicazione – TIC) e dell’importanza della diffusione dell’Informazione nei paesi più svantaggiati e in crisi. Altro incontro sulla questione, che vide la presenza di oltre 50 mila delegati provenienti da 133 paesi (fonte-http://www.ilcontesto.org/689/diritto-all%E2%80%99informazione-bene-acquisito-o-meta-di-conquista/), fu quello di Porto Alegre del 2002 dove si discusse della democrazia dei media. Dopo quell’incontro ci furono ben due summit nel 2003 e nel 2005 a Ginevra sulla Società dell’informazione (http://www.itu.int/wsis/index.html), che avviarono dibattiti e proposte concrete considerando l’Informazione come un bene primario e un diritto per le popolazioni (il successivo summit era previsto a maggio del 2010).
(Continua)…

nota 1: cit. “Libro verde, iniziativa europea per la trasparenza”, Commissione Europea, 2006.

Andrea Alamanni

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