Salve a tutti Voi,
sono Andrea e vi scrivo dal Burkina Faso. Mi scuso con voi in anticipo per il mio italiano non troppo corretto, ma ho dovuto interrompere alcuni anni fa gli studi linguistici, al liceo della capitale Ouagadougou, perché mio padre si è ammalato di tifo e io ho dovuto anche lavorare i campi della famiglia, insieme ai miei parenti, molte ore al giorno per poter aiutare mio padre con la sua malattia. Il tempo per studiare adesso è molto poco, ma appena posso ricomincerò a frequentare la scuola.
Un mese fa circa, grazie a un mio caro amico che possiede un caffè nel centro direzionale “Ouaga 2000”, ho potuto collegarmi alla rete internet e guardarmi la registrazione dell’incontro “Raccontare le crisi umanitarie: le nuove sfide” avvenuto in Italia, a Verona, il 17 novembre del 2009 nella biblioteca della campus universitario veronese. Ho ascoltato l’intervento dei professionisti intervenuti all’incontro e ho visto le foto fatta da alcuni di loro, che sono state poi premiate nel mondo. Devo dirvi, a tutti voi, che quando ho visto le immagini, ho ascoltato le parole di quelle persone sono rimasto molto sofferente per tutte quelle persone in condizioni brutte e ho detto che meno male ci sono tante altre persone che li aiutano, come MsF (Medici senza frontiere). Questo è stata la mia prima impressione, dopo ne ho avuto un’altra credo più intensa, ma non come prima, ecco provavo un po’ di inferiorità, mi sentivo che quei discorsi e quelle foto come tante altre volte erano a senso solo unico. Cioè andavano verso la direzione della persona che guarda il video o la foto. D’allora ho voluto vederci più chiaro e tutte le domeniche, quando portavo i miei fratelli piccoli alla messa della chiesa Cattedrale in città, mi fermavo al caffè per fare ricerche sulla rete, cerco alcune esperienze che hanno vissuto in Africa e in altre zone, persone che sono state intervistate e luoghi che sono stati ripresi dai giornali e dalle televisioni. Poi ho scritto diverse pagine di un racconto e ho tentato un’inchiesta, che raccontasse un po’ di verità come secondo me è questo modo di scrivere e parlare a Voi di Noi; ho cercato di capire quali metodi e modello potessero essere più nuovi e migliori per aiutare l’informazione nelle aree di crisi di guerra o di catastrofi della natura; ho raggiunto le conclusioni cercando di capire l’Informazione nei paesi ricchi, come l’Italia, per fare i servizi nei paesi esterni; ho parlato di organismi internazionali e ho preso l’esempio di alcuni progetti di organizzazioni/associazioni e alla fine ho raccolto un po’ di dati ed esperienze brutte che i giornalisti del mondo hanno vissuto, per non dire solo cose negative su di loro. Anzi vorrei farli sapere subito che io apprezzo il loro lavoro, che hanno anche fatto qua in Burkina Faso.
Ora vi saluto e saluto il mio caro amico italiano che mi ha aiutato a riscrivere tutto il lavoro in italiano corretto. (Andrea)
Questa è la mail che è giunta un mese fa al mio indirizzo di posta elettronica da Andrea (la riporto qui come mi è arrivata), un mio caro amico conosciuto anni fa in Burkina Faso durante la mia partecipazione ad un progetto di sviluppo culturale nel paese e in particolare nei dintorni della capitale Ouagadougou. Questa è la parte iniziale che voi leggerete, ma in ordine di tempo è l’ultimo pezzo che ho ricevuto da Andrea a conclusione di alcuni suoi brevi e interessanti approfondimenti, che ha scritto in italiano grazie alle sue conoscenze linguistiche (tre lingue europee, tra cui l’italiano). Il sogno di diventare un aspirante giornalista nel suo paese e ancor di più l’influenza culturale del giornalista burkinabe Norbert Zongo, ucciso nel dicembre del 1998, ancor oggi commemorato nel paese da molte persone (www.cnpress-zongo.net), hanno stimolato il nostro amico a cimentarsi nell’inchiesta giornalistica. Il mio unico contributo è stato quello di riunire gli approfondimenti in un corpo organicamente presentabile e quello di rivedere i testi, elaborando il titolo dell’articolo e per mezzo della formula Domande & Risposte, rendere più chiari gli obiettivi del racconto e delle successive considerazioni di Andrea. Naturalmente il tutto è stato concordato con l’autore e ogni possibile mancanza è da imputarsi soltanto al sottoscritto. Per concludere posso fare solo una considerazione sull’argomento trattato dal nostro aspirante giornalista. Le inchieste, i reportage e i servizi giornalistici sulle tragedie e sulle crisi umanitarie rivestono, naturalmente, un ruolo importante per l’opinione pubblica dei paesi che ce l’hanno, ma la questione è se ciò vale anche per quei paesi o realtà che l’opinione pubblica non possono averla, perché si è preferito o è successo e basta che non vi fosse: non sono proprio sicuro che l’attuale sistema d’informazione giornalistica dei paesi che possono permettersela, contribuisca a dare un servizio utile alle popolazioni che vivono situazioni di emergenze o crisi umanitarie.
Le domande ai relatori:
1. Qual’è l’utilità dell’Informazione a senso unico, proposta in genere dalle redazioni estere dei grandi contenitori della comunicazione, per il contadino che vive nel villaggio di Khost in Afghanistan o per il commerciante che ha un negozio di articoli elettronici ad Asmara in Eritrea? Un servizio giornalistico rivolto a Voi utenti, tranquillamente seduti sui vostri divani di fronte a luminosi schermi LCD, cosa porta o cosa potrebbe portare in termini di crescita intellettuale e vantaggi socio-economici alle persone coinvolte da una crisi umanitaria o da una catastrofe “naturale”?
2. Per compiere un’azione umanitaria diretta e completa, basata su nuovi approcci e idee organizzative, non credete che si potrebbe dare lavoro alle persone del paese o dell’area geografica colpita dalla crisi umanitaria come giornalisti on-line e non, freelance, cameraman, tecnici del suono, tecnici delle luci, addetti alle comunicazioni satellitari, interpreti, tecnici del web ecc..,, prima tramite una formazione professionale e poi attraverso contratti “veri e propri” (non spiccioli per la maggior parte versati “al nero”, come accade molto spesso, per “incarichi” che comunque contribuiscono all’Informazione) con i telegiornali, con le testate giornalistiche, con le radio e le televisioni off-line e on-line di tutti quegli Stati interessati a “informare” i “loro” cittadini? Non pensate che così i servizi giornalistici e le immagini proposte potrebbero, costruiti sulla pelle delle realtà di cui parlano, risultare di un “vero” verismo rispetto ai servizi piatti e staticamente fermi nei binari del modello “visita guidata”, che in genere, ma non sempre per fortuna, vengono proposti?
3. E se ciò avvenisse non sarebbe una forma di riconquista (piccola s’intende) da parte degli uomini e delle donne di quei paesi che, adottando il solito stereotipo, vengono chiamati “in via di sviluppo” o “del Terzo Mondo” o “dell’Oriente” o “del Sud”: una riconquista di autosufficienza economica, di autosufficienza intellettuale, di critica culturale (e anche di autocritica) verso ciò che “altri” raccontano e vedono?
4. E per finire, gentili relatori, questo modo di raccontare le crisi umanitarie non sarebbe una nuova sfida, un nuovo modo di “fare” per Voi operatori del settore, magari un po’ meno da protagonisti e più da registi, dando spazio alle persone coinvolte nella crisi umanitaria non più come oggetti, ma come soggetti del racconto?
Mi hanno regalato una dentiera
Mi fanno domande e io rispondo. Mi chiede come facciamo a cucinare, a lavare la verdura, se i bambini hanno fatto il vaccino contro il tifo, se mia moglie ha abbastanza latte per il neonato, se la corrente elettrica in questa settimana è arrivata al villaggio. Poi mi chiede se sono pronto a fare l’intervista e io le dico «certo che si, ma per i denti che mi dice, gli rifacciamo questa volta, magari solo i canini?» e lei mi risponde di si, che ha parlato con quella della Ong per la sanità locale e che questa volta è sicuro di si. Poi mi dice che tra 5 secondi giriamo e fa un cenno all’uomo con la telecamera, un cenno stizzoso e l’uomo inizia il suo lavoro avvicinandosi all’oculare, regola un po’ il sostegno della macchina verso l’alto, sposta la telecamera sulla donna che domanda come sta, e lui le fa cenno che è tutto in ordine: «3 2 1 si gira» e la donna lancia il servizio con un bel sorriso bianco latte, compatto e speranzoso. Guardandomi mi chiede, con il suo microfono lievemente impolverato, come sta il mio bambino (quello in età da poppata) e se sono contento del progetto ‘Adotta a distanza’ di cui la mia famiglia fa parte. Io sorridendo con la mia scacchiera ingiallita le rispondo di essere orgoglioso di ricevere un aiuto così sostanzioso dagli italiani….
Avrei voluto anche chiederle, se gli italiani sapevano che i soldi del progetto erano stati dirottati, per buona parte, dall’Ong al signorotto locale e ai suoi capetti militari con l’appoggio della tv europea per la quale “bel sorriso” lavora, con lo scopo di poter continuare a gestire quella parte della provincia senza dover temere imboscate e così non perdere l’assegnazione dei fondi provenienti dall’ EuropeAid e per quanto riguarda i giornalisti, poter continuare a fare i propri servizi senza temere per la vita e per il lavoro da inviati esteri….Lei guarda verso la macchina e annuncia un evento particolare. Inizia a parlare degli anni terribili che hanno caratterizzato il mio paese, la mia provincia e in particolare il villaggio di ‘Adotta a distanza’; la donna gira lo sguardo e indica alla telecamera la cucina (enfatizza ancora una volta lo stato di scarsa igiene delle case degli abitanti del luogo) e indica con il braccio semi disteso, ruotando leggermente le spalle dietro di se, quello che sarebbe dovuto essere uno spettacolo sconvolgente per i telespettatori a casa, e invece: «stOOO…!! Ma cos’è successo alla cucina!!??…», esclama. Mia moglie, alcuni giorni prima, aveva ricevuto dalla Ong un po’ più di detergente del solito flaconcino, sufficiente solo per i piatti, così tra i reumatismi e il poppante appeso alla schiena, ha disinfettato la cucina a fondo. Allora, per farle un bel regalo, ecco che ho pensato di costruire una finestrella per chiudere il buco che si apriva proprio al centro della parete, in modo che la polvere e gli animali notturni non ci venissero sempre a trovare. E così ho fatto. «No! Ferma tutto Jack, torna con il nastro all’inizio, ma tu guarda caz…vengo qua dopo ore di viaggio tra polvere, mosche, zanzare e tu che fai, mi riassetti la cucina…ma guarda anche l’ingresso della capanna (chiamalo ingresso questo tugurio) tutto troppo apposto» e con gesto isterico, accompagnato dal microfono che tiene in mano, si alza e continua a borbottare imprecando. Cammina intorno alle sedie e in posizione del capo inclinato, assorta in chissà quale soluzione per rimediare a quella situazione, si avvicina all’uomo e gli da velocemente l’ordine di smontare l’attrezzatura per trovare un posto migliore per l’intervista.“Bel sorriso” s’incammina verso l’uscita della nostra baracca, l’uomo la segue indaffarato a tenere cavalletto, telecamera, luce e un groviglio di fili che adesso gli pendono dalla spalla sinistra. Mia moglie con il poppante sulla schiena e il suo abito migliore indosso s’ incammina dietro alla troupe, così che tutti e tre ora, sembrano uscire da un set di un film: all’improvviso sento il tipico tip tap di chi sta per cadere e poi un urlo, un’imprecazione. Fuori l’uomo è nel fango con la telecamera riversa sul ventre, la luce poco più in là capovolta e “bel sorriso” con un cavo in mano: tentando di sorreggere l’uomo nella caduta, la donna aveva afferrato l’unico cavo che si era sfilato dal groviglio. E di nuovo “bel sorriso” che gironzola intorno al ferito mentre borbotta e maledice un po’ tutto. Ecco quel giorno imparai a usare la telecamera nelle riprese sul cavalletto, poiché l’uomo si era slogato una caviglia, mentre alle mie spalle i parenti e i bambini scherzavano sulle mie doti da cameraman, facevano festa, chi scattando qualche foto “vecchia”, chi chiedendomi con insistenza di poter guardare dentro quella macchina che molti di loro, ormai grandi, avevano sempre visto da quando erano bambini, davanti alla quale avevano sorriso, pianto, salutato, avevano fatto pietà a qualcuno di là da quel piccolo obiettivo che divide solo persone.
I mesi e gli anni passarono.
Mi ritrovavo ormai con alcuni capelli grigi, nella baracca al villaggio non ci stavo più: io, mia moglie e i miei due bambini rimasti, c’eravamo trasferiti in un villaggio vicino (sei ore a piedi); gli aiuti umanitari erano finiti da diverso tempo, delle telecamere e dei “bei sorrisi” non si vedevano più ne cavalletti, ne microfoni. Il capo locale era stato assassinato dalle nuove fazioni politiche, che alleandosi si erano spartite il territorio, perciò i “contratti” con Ong e giornalisti non furono più rinnovati. All’epoca, ci provai a farmi avanti con “bel sorriso” per avere dei piccoli lavoretti per la gente del mio villaggio come aiuto/assistente per i suoi servizi; sarei stato disposto in prima persona anche a portarle informazioni fresche e nuove fonti da intervistare, ma evidentemente non avevano capito che o stavano con noi portandoci lavoro, “tranquillità” e basi solide per il nostro futuro (il lavoro) o avrebbero avuto sempre più problemi nel mantenere la fiducia con i nostri, specialmente dopo che si affacciarono sulla scena politica del mio paese gruppi politici molto avversi alle ingerenze “colonialiste” straniere, fomentando la popolazione a estraniarsi dalle “voglie” dei giornalisti e dagli aiuti “effimeri” delle Ong. Oggi i nuovi padroni hanno cambiato strategia. Oggi i padroni e i para-militari che li appoggiano hanno fatto piazza pulita degli aiuti umanitari e dei servizi giornalistici stranieri, oggi i nuovi padroni mi hanno regalato una dentiera, mia moglie e i miei ragazzi riescono a mangiare due volte al giorno, le strade non sono più di fango ma di terra battuta, l’elettricità arriva 3 volte a settimana grazie al generatore per il nostro posto comando. Le città del paese hanno visto aumentare la loro popolazione che adesso si accalca nelle periferie, baracca su baracca, fino a toccare il cielo; un’ emittente radio e tante parabole ci portano le notizie dal mondo e tante bugie: io di guardia, a quest’ora di notte e a metà della mia vita (che da noi finisce presto), tra un prurito e l’altro che mi provoca la dentiera, mi chiedo se “bel sorriso” avrà trovato la cucina dei propri sogni, magari con la foto in bianco e nero posata su una mensola dove io, lei, il cameraman “zoppo” e tutto il villaggio sorridiamo in quel giorno che sarebbe potuto andare tutto diversamente.
Questo racconto, per introdurre una serie di argomenti e problematiche nel mondo dell’informazione globale, in particolar modo per quanto riguarda le possibilità di cambiamento nel modo e nello stile di fare giornalismo nelle aree di crisi umanitaria. A questo punto, è necessario fare delle considerazioni su:
1. il compito e la presenza delle organizzazioni non governative nelle maggiori aree di crisi del pianeta;
2. i progetti e il ruolo delle agenzie intergovernative (appartenenti agli organismi internazionali e alle organizzazioni interstatali, in particolare dell’Unione Europea e dell’ONU) con lo scopo di promuovere e sviluppare la comunicazione nei paesi in via di sviluppo;
3. esempi di progetti nel settore dell’Informazione;
4. le crisi “umanitarie” dimenticate e i possibili modelli di comunicazione applicabili ad un’area di crisi;
5. il caso della BBC World e il “potere” delle lobby giornalistiche;
6. il giornalismo in Italia e l’informazione delle crisi “umanitarie”;
7. la storia di un inviato nel mondo, Lucio Lami.
Sette punti che avrò cura (e pazienza) di esporvi nelle prossime uscite. Ci leggiamo a presto…
I fatti narrati nel racconto e la lettera stessa sono completamente inventati. Ogni riferimento a cose e a persone è puramente casuale!
Naturalmente, l’incontro del 17 novembre 2009 è avvenuto veramente all’Università di Verona, al quale partecipai: avrei voluto porre le quattro domande che ho inserito in questa prima parte, ma non lo feci. Il giornalista burkinabe, Norbert Zongo, è stato assassinato nel dicembre del 1998, e ogni anno viene ricordato per promuovere la libera informazione nel paese.
foto: http://www.ilmanifesto.it/uploads/pics/yemen-proteste-6.jpg
Andrea Alamanni















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RACCONTARE LE CRISI UMANITARIE: non più oggetti ma soggetti dell’Informazione (parte prima) « veronainblog…
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