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Il tribunale di sorveglianza di Milano ha revocato la semilibertà a Pietro Maso in seguito alla denuncia per minacce fatta da un imprenditore conoscente dello stesso Maso.
Pierto Maso nel 1991, a Montecchia di Crosara uccise i genitori, e per questo fu condannato a trent’anni. Davanti ai giudici Milanesi si è difeso asserendo: «Non sono più la stessa persona di vent’anni fa, mai mi sarebbe passato per la testa di dire: ti ammazzo». I giudici evidentemente non gli hanno creduto o quantomeno nutrono sospetti sul suo percorso di riabilitazione, tanto da revocare la semilibertà.
Questa vicenda, sicuramente impossibile da dimenticare per la sua efferatezza e per la futilità dei motivi che l’hanno prodotta, porta a galla una serie di domande cruciali, alle quale è difficile dare risposta.
Prima di tutto: è possibile cambiare? Comprendere i propri errori e diventare altro o si è condannati a non cambiare mai, a rimanere sempre gli stessi?
Poi: una persona riflette  quello che vive, l’ambiente sociale e culturale in cui è immerso e quindi, se compie atti efferati è perché ha vissuto in un contesto che lo ha reso possibile. Se chi commette il crimine è considerato malato, deve essere considerata malata anche la società alla quale appartiene.
Diventa quindi fondamentale tornare a chiedersi come è potuto accadere? Che cosa non ha funzionato? Dove abbiamo sbagliato? Cosa dobbiamo fare perché non accada più?

Cinzia Inguanta

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